Erasmus+ Archival Bootcamp

Erasmus+ Archival Bootcamp



ERASMUS +
REPORT MOBILITA’ - Ilaria Macchi e Sabina Bassetto
dal 20/07/2026 al 25/07/2026
Hosting Organization: Archival Bootcamp
Courses and training
2025-1-IT02-KA121-ADU-000309580

 

 

Dal 20 al 25 luglio abbiamo partecipato ad Archival Bootcamp, una residenza artistica internazionale di sei giorni dedicata al rapporto tra archivio, memoria, ricerca artistica e pratiche collettive. La residenza si è svolta in un contesto rurale nei dintorni di Valencia e ha riunito partecipanti provenienti da diversi paesi e con esperienze professionali differenti, tra arte, ricerca, curatela e progettazione culturale.

A partire da un approccio metodologico influenzato da pedagogia radicale e strategie di apprendimento non formale collettivo, l’obiettivo era quello di approcciare teorie e pratiche legate all’archivio intendendole come strumenti creativi e critici per attività che spaziano dalla ricerca artistica a percorsi di costruzione di comunità. Più che come un’esperienza formativa strutturata intorno a un programma e a ruoli fissi, la residenza si è quindi configurata come uno spazio di apprendimento e sperimentazione secondo un modello di condivisione orizzontale di conoscenza tra la comunità di partecipanti e organizzatori.

Il programma ha alternato lezioni, esercizi individuali e collettivi, momenti di ricerca, condivisione di pratiche, discussioni e sessioni di confronto sui progetti dei partecipanti. Il lavoro teorico e quello pratico non erano separati, ma si alimentavano reciprocamente, permettendo di sperimentare direttamente, tramite attività individuali e di gruppo, alcune delle questioni affrontate durante le lezioni.

Il punto di partenza della residenza è stato un ripensamento dell'archivio come strumento vivo di memoria, ricerca, narrazione e produzione artistica, e non semplicemente come luogo di conservazione di documenti. Abbiamo riflettuto sull'origine del termine arkhē, legato ai concetti di comando, autorità e ordine, e sul ruolo degli “arconti” nel determinare cosa viene raccolto, classificato e reso accessibile.

L'archivio è stato quindi storicamente considerato come un sito attivo di potere, nel quale le modalità di selezione e organizzazione della conoscenza contribuiscono a costruire determinate narrazioni e a escluderne o renderne meno visibili altre. Da qui è nata una riflessione sulle possibilità di costruire modalità alternative di raccolta, preservazione e accesso a memorie, storie e saperi.

Abbiamo inoltre lavorato sulla distinzione tra archivio e “anarchivio”: da una parte una logica basata su ordine, classificazione, linearità e controllo; dall'altra una pratica in movimento, capace di attivare materiali, memorie, affetti e possibilità.

Questo approccio ha ampliato la nostra concezione di cosa possa essere considerato un materiale d'archivio, includendo oggetti personali ed effimeri, ricordi, immagini, suoni, esperienze corporee, forme di relazione, intimità e affetto e elementi legati all'esperienza quotidiana. L'archivio può così diventare non soltanto una fonte da consultare, ma un punto di partenza per creare nuove relazioni, narrazioni e forme di conoscenza.

 

Attività e pratiche sperimentate

Nel corso dei sei giorni abbiamo attraversato diverse modalità di lavoro: lezioni teoriche, letture e discussioni tematiche, esercizi di scrittura e riflessione individuali e collettivi, pratiche corporee e spaziali, attività di gruppo, momenti di ricerca individuale e condivisione dei progetti.

In diretta risposta agli input e agli stimoli offerti dalla selezione di riferimenti teorici e artistici, le diverse pratiche ed esercizi proposti ci hanno permesso di mettere in relazione le riflessioni sull'archivio con l'esperienza concreta e con le dinamiche del gruppo.

Un esempio significativo di questa metodologia teorico-pratica è rappresentato dalle Access Questions, una serie di domande utilizzate per riflettere sul significato dell'arrivare in un nuovo contesto, su ciò che permette a un gruppo di estranei di diventare una comunità di apprendimento, sull'ascolto reciproco e sulle responsabilità che assumiamo nei confronti degli altri. Le domande hanno introdotto una dimensione di attenzione e consapevolezza verso il gruppo che ha accompagnato il lavoro durante la residenza.

Alcune sessioni hanno combinato discussioni, spunti metodologici, supporti visive e mappe concettuali con esercizi che esploravano i processi creativi alla base dei nostri progetti individuali, per aiutarci a svilupparli in modo organico facendoci riflettere su motivazioni, obiettivi, prospettive e possibili approcci concreti.

Altre pratiche hanno coinvolto piccoli oggetti personali, memorie e frammenti di esperienza, utilizzandoli come punti di partenza per la condivisione e la costruzione di significati collettivi. Questo ha permesso di sperimentare direttamente l'idea che anche materiali apparentemente marginali, effimeri o privati possano diventare strumenti di ricerca e di produzione di conoscenza.

Abbiamo inoltre affrontato il tema del pensiero nomade e della decolonizzazione dell'inconscio, attraverso riferimenti a Rosi Braidotti e Suely Rolnik e grazie a pratiche orientate a riattivare il rapporto con la vulnerabilità, il corpo e il body-knowing. Queste riflessioni hanno contribuito a mettere in discussione l'idea di una conoscenza esclusivamente razionale e oggettiva, riconoscendo il valore delle dimensioni corporee, affettive e relazionali.

Un elemento specifico della residenza era il focus sulle dinamiche di gruppo, incoraggiando in particolare la condivisione delle pratiche tra partecipanti. Ogni persona è stata invitata a portare un esercizio, uno strumento o una metodologia proveniente dalla propria esperienza e a condividerla con il gruppo. Siamo quindi stati suddivisi in piccoli gruppi di 2-3 persone sulla base delle affinità tra le nostre proposte e ci è stato chiesto di plasmare in modo collaborativo un’offerta pedagogica per il resto del gruppo, ovvero un’attività che consentisse di presentare le nostre pratiche creando uno spazio di scambio, sperimentazione e apprendimento collettivo.

Ilaria ha scelto di proporre il canto in cerchio come strumento di costruzione di comunità. Ha chiesto a ciascun partecipante di portare un suono, un piccolo frammento di canto, una melodia o una vocalità collegata a qualcosa a cui tiene particolarmente. Successivamente abbiamo riunito questi contributi in un canto collettivo.

La pratica è stata pensata come un modo per unire le voci senza annullare le differenze individuali: ciascuno portava qualcosa di sé e il risultato nasceva dall'ascolto e dalla relazione tra tutti i contributi. Non erano necessarie competenze musicali specifiche; il valore dell'esercizio risiedeva proprio nella possibilità per ogni persona di contribuire a partire dalla propria esperienza.

Sempre in un’ottica di un rapporto dinamico tra l’offrire e il ricevere all’interno di una comunità dedicata alla produzione e allo scambio di conoscenza, sono stati particolarmente interessanti i momenti di “crianza mutua / mutual nurture”, dedicati alla condivisione dei progetti personali e al confronto tra partecipanti. Questi momenti erano pensati come occasioni di cura reciproca dei progetti: era possibile presentare al gruppo i propri progetti in corso o le idee ancora in fase di sviluppo riportando dubbi e questioni aperte per ricevere osservazioni, domande e suggestioni dagli altri. La modalità di feedback era quindi meno legata alla valutazione del risultato e più orientata a sostenere il processo creativo, offrendo nuovi punti di vista e possibilità di sviluppo.

Sabina ha deciso di cogliere l’occasione per presentare al gruppo i progetti in fase di sviluppo per We Do Fablab ai quali sta lavorando insieme ad Ilaria, raccontando le caratteristiche dell’Associazione, il contesto in cui opera, le sue attività e la volontà di ampliarne i confini per attivare un dialogo con ricerche e pratiche attinenti all’ambito artistico. Esponendo al gruppo idee, punti di forza, opportunità, dubbi e criticità è nata una stimolante discussione ricca di domande, riflessioni, spunti e suggerimenti da cui poter attingere nel proseguimento delle prossime fasi di sviluppo e progettazione.

È stato particolarmente interessante osservare come pratiche e competenze provenienti da contesti diversi potessero entrare in dialogo con le idee iniziali, contribuendo ad arricchirle e trasformarle nel loro processo di definizione.

 

Apprendimenti e competenze sviluppate

L'esperienza ha contribuito direttamente agli obiettivi di apprendimento individuati nel Learning Agreement.

Abbiamo sviluppato una maggiore capacità di considerare l'archivio come uno strumento attivo di ricerca e produzione, capace di generare nuove narrazioni e relazioni. Abbiamo acquisito una maggiore consapevolezza delle dimensioni politiche legate alla selezione, classificazione e conservazione dei materiali e delle conseguenze che queste scelte hanno sulla costruzione della memoria collettiva.

Abbiamo inoltre acquisito e sperimentato metodologie per lavorare con materiali diversi (immagini, testi, oggetti, memorie personali, suoni e altri elementi effimeri) trasformandoli in punti di partenza per attività artistiche e partecipative.

Questo aspetto è particolarmente rilevante per il lavoro nella progettazione culturale, perché offre strumenti per costruire attività nelle quali i partecipanti non siano solamente destinatari di contenuti, ma possano contribuire direttamente alla produzione di conoscenza.

Abbiamo infine rafforzato competenze trasversali legate a collaborazione, ascolto attivo, comunicazione interculturale, pensiero critico e cura del processo creativo, nonché alle capacità di presentare dei progetti di fronte a un gruppo internazionale di operatori culturali e di modificarli in un’ottica di miglioramento grazie agli input e ai feedback ricevuti.

Un insegnamento particolarmente significativo riguarda proprio l'idea di comunità di apprendimento: un gruppo non diventa automaticamente una comunità per il solo fatto di condividere uno spazio e un programma, ma attraverso pratiche di condivisione, ascolto, responsabilità reciproca, vulnerabilità e disponibilità a lasciarsi modificare dal confronto con gli altri.

 

Inclusione, sostenibilità ambientale e transizione digitale

I temi dell'inclusione, della sostenibilità ambientale e della transizione digitale sono emersi in modi differenti all'interno dell'esperienza.

La riflessione critica sull'archivio ha permesso di interrogarsi su chi ha il potere di produrre, conservare e rendere visibile la conoscenza e su quali esperienze e voci rischino invece di essere escluse.

L'utilizzo di memorie personali, oggetti quotidiani, racconti, suoni, esperienze corporee e pratiche affettive come possibili materiali di ricerca permette di ampliare le modalità attraverso cui le persone possono contribuire alla costruzione della memoria collettiva.

Anche la dimensione internazionale e interdisciplinare della residenza ha rappresentato un'esperienza di inclusione: differenze linguistiche, culturali e professionali sono diventate risorse per il processo di apprendimento comune.

Le dinamiche di gruppo, le pratiche di ascolto, il canto collettivo e i momenti di mutual nurture hanno inoltre mostrato come sia possibile costruire contesti nei quali ogni partecipante possa contribuire a partire dalle proprie possibilità e dalla propria esperienza, senza che sia necessario possedere un determinato livello di competenza o utilizzare un unico linguaggio.

La relazione con l'ambiente naturale è stata parte integrante dell'esperienza: la residenza si svolgeva in un contesto immerso nella natura e il programma alternava momenti di lavoro a tempi dedicati alla camminata, al riposo e all'esplorazione del luogo.

Questa organizzazione ha favorito una modalità di lavoro meno intensiva e maggiormente attenta ai ritmi del corpo, dell'ambiente e delle relazioni. La natura non era semplicemente lo sfondo della residenza, ma contribuiva alla costruzione dell'esperienza, alla necessità di ripensare tempi e modalità legati ai processi di apprendimento e produzione e alla riflessione sul nostro essere parte di un sistema più ampio.

La transizione digitale non costituiva il tema centrale della residenza, ma è stata affrontata sia attraverso la messa a disposizione di un archivio online di progetti di partecipanti alle precedenti edizioni della residenza, materiali, risorse e fonti open-source, sia indirettamente attraverso la riflessione sui processi di documentazione, classificazione, conservazione e accessibilità della conoscenza.

La digitalizzazione può infatti ampliare enormemente la possibilità di accesso agli archivi, ma comporta anche nuove forme di selezione, organizzazione e preservazione dei materiali. La domanda non è quindi soltanto come digitalizzare un archivio, ma anche chi decide cosa viene digitalizzato, secondo quali categorie, con quali modalità di accesso e quali narrazioni diventano maggiormente visibili.

Questa prospettiva ci ha fornito strumenti per guardare alla documentazione digitale in maniera più critica, considerando la tecnologia non soltanto come uno strumento tecnico ma come parte dei processi attraverso cui produciamo e trasmettiamo conoscenza.

 

Il ritorno a We Do Fablab

Uno degli obiettivi della mobilità è stato quello di acquisire strumenti che potessero essere trasferiti nel lavoro dell'Associazione. L'esperienza di Archival Bootcamp ha fornito diverse metodologie e modelli che possono essere adattate alle attività di We Do Fablab, soprattutto nell'ambito di progetti interdisciplinari, partecipativi, educativi e di comunità.

Una prima possibile applicazione riguarda il modo di utilizzare l'archivio come strumento di partecipazione. Questo approccio può essere particolarmente interessante nei percorsi con le comunità locali e nei progetti intergenerazionali, perché permette di valorizzare conoscenze ed esperienze, individuali e collettive, che spesso non vengono considerate come veri e propri materiali di ricerca.

Un altro elemento potenzialmente trasferibile è la metodologia della mutual nurture, intesa come modalità di confronto e accompagnamento dei progetti. Potrebbe essere utilizzata all'interno dell'Associazione per creare momenti nei quali idee e progetti ancora in fase di sviluppo possano essere condivisi con il gruppo e ricevere contributi, domande e punti di vista differenti, nel contesto di una comunità che ha come obiettivo comune lo scambio reciproco di esperienze, saperi, conoscenze e prospettive. Questo tipo di confronto può favorire una progettazione più orizzontale, collaborativa e aperta alla trasformazione, nella quale il progetto non viene considerato come qualcosa di già definito, ma come un processo che può modificarsi attraverso il contributo delle persone coinvolte.

Infine, la riflessione sull'archivio può essere applicata alla stessa memoria di We Do Fablab. Oltre alla documentazione dei risultati finali delle attività, potrebbe essere interessante raccogliere e conservare anche processi, voci, materiali, testimonianze, immagini, oggetti e contributi dei partecipanti. La documentazione potrebbe così diventare un vero e proprio archivio vivo dell'Associazione, utile non soltanto per conservare la memoria delle attività svolte, ma anche per restituire valore alle persone che vi hanno partecipato, costruire nuove narrazioni e generare nuovi progetti. In questo senso, anche gli strumenti digitali possono essere utilizzati non semplicemente per archiviare, ma per rendere queste memorie accessibili, condivisibili e nuovamente attivabili.


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